Riscaldamento globale: un nuovo studio italiano dimostra che gli allevamenti del Bel Paese sono esempi virtuosi

Riscaldamento globale: un nuovo studio italiano dimostra che gli allevamenti del Bel Paese sono esempi virtuosi

21 Febbraio 2023 Off Di gestione

Da tempo è in corso tra gli studiosi un dibattito sul reale apporto del settore zootecnico alle emissioni di gas serra e di conseguenza al riscaldamento globale. Comunemente si ritiene che il comparto agricolo, allevamento compreso, sia tra i suoi principali contributori, in particolare le “colpe” attribuite all’allevamento degli animali riguarderebbero principalmente le emissioni di gas metano.

A ben vedere però le cose non stanno propriamente così. Innanzitutto secondo un recente studio dell’Eurostat, in Europa  tra il 1990 e il 2020 vi è stato un taglio del 21% delle emissioni del comparto agricolo europeo.

Le cose vanno ancor meglio in Italia dove secondo l’Ispra (Istituto Superiore  per la protezione e la Ricerca ambientale) -sulle stime del 2019 – solo il 7,1% delle emissioni di gas serra è attribuibile all’agricoltura e poco più del 5% è ascrivibile al settore dell’allevamento (79% del comparto agricolo).

Oggi  a cercare di fare chiarezza sul reale contributo che gli allevamenti hanno in tema di riscaldamento globale è arrivato un nuovo studio realizzato da un gruppo di ricercatori Italiani e pubblicato sulla rivista Italian Journal of Animal Science. La ricerca  ha nuovamente calcolato, impiegando una nuova metrica, l’impatto che gli allevamenti italiani hanno sul riscaldamento dell’atmosfera e sono giunti alla conclusione che gli stessi hanno raffreddato e non riscaldato la stessa. Ma come si è arrivati a questo risultato?

Da Oxford una nuova metrica di calcolo

Per esprimere  il contributo e confrontare l’effetto sul riscaldamento globale dei diversi  gas ad effetto serra  vengono comunemente  impiegate le metriche stabilite dall’IPCC (Panel for climate Change) che misurano il potenziale di riscaldamento di un gas in 100 anni espresso in anidride carbonica equivalente (GWP). Come si legge nello studio italiano, sebbene si tratti di una metrica ampiamente utilizzata, “non esiste una metodologia universalmente accettata per combinare tutti i fattori rilevanti” ai fini della valutazione dell’impatto di un gas sul riscaldamento globale. In particolare, il GWP non consentirebbe di porre in evidenza i diversi effetti sul riscaldamento dei gas a vita breve, come ad esempio il metano, e degli inquinanti climatici a vita lunga come l’anidride carbonica

Un team di fisici dell’atmosfera di Oxford ha ora proposto una nuova metrica per valutare l’impatto di un gas sul riscaldamento globale, pubblicata sulla rivista Nature. Quest’ultima tiene conto del diverso comportamento dei gas in termini di flussi, emissione e durata. Nello studio d’oltremanica viene sottolineato che se un gas ad effetto serra “permane in atmosfera poco tempo, il suo effetto riscaldante si riduce se le sue emissioni si contraggono, ma l’effetto è invece fortemente negativo se queste emissioni aumentano”. In altre parole, la nuova  metrica misura l’effetto di riscaldamento equivalente (we) rispetto a quello della CO2 in un dato periodo di tempo, tenendo conto del diverso modo di agire dei vari gas. Compreso il fatto che, ad esempio, il  metano resta in atmosfera per poco tempo (dopo circa 50 anni è praticamente sparito), mentre la CO2 ci resta per oltre mille anni. Questa differenziazione, secondo i ricercatori, consentirebbe di fornire dati più affidabili in merito agli effetti  della diminuzione o dell’aumento dei gas climalteranti sul riscaldamento globale.

Qual è secondo le nuove metriche  l’impatto sul riscaldamento globale degli allevamenti italiani?

Il lavoro dei ricercatori italiani ha utilizzato la metrica elaborata dai fisici di Oxford per confrontare l’impatto delle emissioni di metano di tutte le filiere zootecniche italiane con quello elaborato impiegando la metrica precedente del GWP. Utilizzando i dati ufficiali pubblicati dall’Ispra sulle emissioni di metano degli allevamenti italiani relativi all’arco temporale 2010-2020 (periodo ritenuto sufficiente per una seria comparazione delle due metriche), i ricercatori hanno scoperto che, ad eccezione del bufalo, tutte le specie hanno fatto registrare – con la nuova metrica che tiene conto dei comportamenti dei diversi gas serrigeni – minori emissioni di metano. I bovini non da latte, in particolare, hanno fatto registrare il maggior calo: -54 milioni di tonnellate di CO₂we, calcolate con la nuova metrica, rispetto alle +66 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, calcolate con il metodo GWP.

Questo studio vuole quindi dimostrare come l’applicazione della nuova metrica permetta di identificare meglio il ruolo del settore zootecnico sui cambiamenti climatici. Nel periodo preso in esame, conclude infatti la ricerca: le filiere zootecniche italiane non solo non hanno contribuito al riscaldamento globale, ma hanno addirittura compensato questo effetto con un contributo cumulativo negativo, che comprende anche le emissioni di protossido di azoto, l’altro gas ad effetto serra emesso dagli allevamenti.

Si tratta di uno studio che, come sottolineano i ricercatori, “non rappresenta una concessione per ulteriori emissioni di metano, ma mostra in modo più affidabile il contributo della diminuzione delle emissioni di metano a una riduzione del riscaldamento globale”, e che suggerisce come la filiera zootecnica potrebbe essere un importante alleato nella lotta contro il riscaldamento globale.